Tornare indietro

covid vaccino campagna

Poco fa stavo leggendo questo articolo pubblicato sul New York Times. È una guida che spiega quali attività sarà possibile ricominciare a svolgere regolarmente una volta ricevuto il vaccino contro la COVID–19, e quando. Un passaggio in particolare all’inizio del pezzo ha attirato la mia attenzione:

Because vaccines will not be a ticket back to 2019, Uma Karmarkar, a neuroeconomist at the University of California, San Diego, recommends that people think about “how we are moving forward” instead of “getting back to normal.”

Durante il lockdown in molti invocavano il ritorno “alla normalità” e speravano che le cose tornassero il più velocemente possibile “come prima”. È un atteggiamento comprensibile: ciò che conosciamo, ciò a cui siamo abituati, ci infonde sicurezza e stabilità emotiva. Penso alle conseguenze che ha avuto l’ultima crisi finanziaria sulla nostra percezione della normalità. Quanti imprenditori, quante persone che hanno perso il lavoro e non si sono più riprese vorrebbero, oggi, tornare al 2007?

Settimana scorsa ascoltavo Sebastiano Barisoni – vicedirettore di Radio24 – presentare il suo ultimo libro, Terra incognita (Solferino). Spiegava che una crisi è di per sé un fenomeno transitorio, che può durare più o meno a lungo nel tempo, ma in nessun caso per sempre. Quando invece un evento provoca ricadute profonde sull’assetto stesso della società in cui ha luogo siamo di fronte a qualcosa di diverso: una rivoluzione. Faceva questo ragionamento per dare forza all’idea che quella del 2008 è iniziata sì come crisi economica, ma ben presto si è trasformata in qualcos’altro, qualcosa che ha generato cambiamenti irreversibili, che nessuna nostalgia del passato sarà in grado annullare.

Ho messo sullo stesso piano le considerazioni di Barisoni sull’economia mondiale e l’articolo del NYT sul vaccino perché entrambi gli argomenti offrono, a mio avviso, una chiave di lettura interessante per studiare il desiderio di tornare indietro. E la chiave è: non si torna indietro. Questa affermazione può apparire scontata, ma rappresenta un punto di partenza per definire qual è l’idea di società che abbiamo in mente oltre la pandemia. Il vaccino è il primo passo, ma da solo non è sufficiente.

Ieri l’EMA, l’agenzia europea del farmaco, ha autorizzato ufficialmente la commercializzazione del vaccino contro la COVID–19 prodotto da BioNTech/Pfizer. La campagna vaccinale dovrebbe partire il 27 dicembre, contemporaneamente in tutti gli stati membri. Le raccomandazioni contenute nel pezzo del New York Times si riferiscono a diversi scenari di immunità: personale, famigliare, collettiva. A prescindere da ciò che è considerato o meno sicuro fare in ciascuna di queste fasi, credo che la cosa più importante sia iniziare ora a spiegare alle persone come comportarsi una volta vaccinate, senza aspettare l’inizio della campagna.

Abbiamo visto come reagiscono le persone quando non ricevono indicazioni chiare: interpretano, immaginano, decidono per sé. E lo stiamo rivedendo in queste settimane, quando sui giornali leggiamo del disappunto del Governo perché le persone sono in giro per lo shopping di Natale, dopo che è stata data loro la possibilità di farlo – peraltro introducendo nello stesso momento il cashback di stato, uno strumento economico pensato proprio per favorire i consumi nei negozi.

Le priorità nella comunicazione di una campagna vaccinale non sono i padiglioni a forma di fiore, ma piuttosto dire chiaramente che chi ha ricevuto il vaccino deve continuare a rispettare le regole introdotte in questi mesi, a partire dalla mascherina. Nell’articolo del New York Times che ha stimolato le mie riflessioni si dice, ad un certo punto, che è poco probabile che la vita tornerà a somigliare esattamente al 2019. È importante prendere confidenza oggi con questo concetto, secondo me: prima lo faremo, prima riusciremo ad abituarci ad una società nuova, dove il nostro comportamento dovrà essere, in certi casi, diverso. E sarà più facile abbandonare la frustrazione e il desiderio che le cose tornino come erano prima.

Sempre in ritardo

Nell’ultima settimana stiamo assistendo ad un notevole – e ormai esponenziale – aumento del numero di nuovi contagi giornalieri di coronavirus. Mentre scrivo è stato diffuso il bollettino di oggi: abbiamo superato i 10.000 casi in un giorno, sebbene i morti siano in calo rispetto a ieri. Siamo chiaramente di fronte alla seconda ondata, anche se negli ultimi mesi non sono mancati gli esperti che ci hanno raccontato che non ci sarebbe stata.

L'andamento dei casi di coronavirus in Italia. È arrivata la seconda ondata.
L’andamento dei nuovi casi di coronavirus in Italia, aggiornato al 16 ottobre. Fonte: YouTrend

Lo scenario davanti a cui ci troviamo è piuttosto diverso rispetto a quello di fine febbraio. Sette mesi fa nessuno aveva informazioni riguardo al coronavirus, alla sua letalità e alla facilità con cui si diffonde tra le persone. Il Governo e le Regioni hanno dovuto gestire e coordinare un’emergenza sanitaria fuori controllo con misure drastiche, straordinarie come la situazione che stavamo vivendo. Il “modello italiano” è stato apprezzato dai commentatori esteri, per la capacità del nostro Paese di reagire alla pandemia.

Dopo il lockdown è arrivata l’estate e nella narrazione pubblica sembrava che il peggio fosse passato, che il coronavirus non costituisse più una minaccia così grande e che, tutto sommato, presto tutti saremo ritornati alle nostre vite di prima. È chiaro che le cose stanno diversamente.

Rispetto a sette mesi fa trovo che ci siano ancora più incertezza e confusione. Non abbiamo più le attenuanti dell’imprevedibilità: a febbraio nessuno sapeva niente, mentre oggi avremmo potuto mettere in atto una strategia studiata durante l’estate, quando la situazione era più tranquilla. Invece, a leggere i giornali, sembra di essere tornati indietro nel tempo. II Governo reagisce all’aumento dei contagi con un nuovo DPCM che impone alcune restrizioni, nel frattempo le Regioni cominciano a prendere decisioni autonome per contenere ulteriormente il virus. Scene già viste: gli effetti delle azioni intraprese si vedranno solo tra due settimane – il tempo di incubazione del coronavirus – ma nel frattempo in numeri saliranno ancora. Allora la soluzione quale sarà? Un altro lockdown?

Giornali di marzo 2020, periodo di lockdown.
Alcuni quotidiani di marzo. Il clima di questi giorni è simile a quello di sette mesi fa.

Al di là della provocazione, i punti che vorrei sollevare sono due.
Il primo riguarda la costante incapacità di pianificare il futuro a lungo termine da parte di chi ha il compito di decidere. Questo è un problema storico dell’Italia e della nostra classe dirigente, ma durante i mesi di quarantena abbiamo speso parole, tweet e live su Instagram a raccontare che ne saremo usciti migliori, che questa era la grande occasione per rilanciare il Paese e non potevamo perderla. Per esempio. L’accesso ai fondi per il rilancio stanziati dall’Unione Europea è vincolato alla presentazione di un programma dettagliato di quali interventi verranno fatti e di quale idea di Italia abbia in mente chi avrà il potere di spenderli, quei soldi. Come ha scritto Claudio Cerasa sul Foglio:

Bisognerebbe anche essere consapevoli del fatto che un governo che intende prepararsi alla sfida della vita, così l’ha definita il presidente del Consiglio, con un atteggiamento diverso rispetto a quello di chi compila una lista della spesa non può permettersi di offrire l’impressione che ha offerto ieri: quella di voler privilegiare, rispetto all’utilizzo dei fondi europei, più la logica della distribuzione del presente, un po’ a me un po’ a te, che la logica della visione del futuro.

Lo stesso ragionamento si può applicare alla gestione della pandemia. Dopo un’estate intera passata a discutere di banchi con le rotelle, blocco dei licenziamenti e cassa integrazione, l’impressione che ho è che ci ha il potere di decidere si sia limitato a sperare che i contagi sarebbero calati, senza prevedere un effettivo piano di azione nel caso di una nuova crescita della curva. Così, oggi, ci troviamo ancora ad inseguire un virus che ha sempre due settimane di vantaggio rispetto a noi. Ma senza tutte le attenuanti di questo inverno.

Il secondo punto riguarda la narrazione che abbiamo fatto di tutta questa storia. Sono dell’idea che abbassare l’allerta per tutta l’estate non abbia fatto bene. Il coronavirus è stato al centro delle notizie solo quando abbiamo parlato della movida (bisogna sempre cercare un colpevole) oppure nel caso di contagiati famosi, come Flavio Briatore. Paolo Giordano scriveva sul Corriere, qualche giorno fa, che «questa epidemia la si fronteggia innanzitutto con la percezione che i cittadini ne hanno». Sono d’accordo: se in tutti questi mesi avessimo continuato ad informare le persone su quanto sia importante essere prudenti, forse adesso sarebbe più semplice spiegare il perché di questo nuovo aumento dei casi. Forse, se la pandemia fosse stata vissuta come qualcosa di non superato, ma di ancora in corso, oggi sentiremmo dire meno frasi come «Eh ma non siamo mica come a marzo!» (volete davvero rivedere i camion dell’Esercito che portano via i morti?).

Attenzione, non voglio difendere un atteggiamento eccessivamente allarmista, il tema non è questo. Ciò su cui voglio concentrarmi è il fatto che anche i media hanno una responsabilità se oggi la situazione – almeno per come la percepisco io – sembra di nuovo ad un passo dall’essere fuori controllo. Se vogliamo veramente uscirne migliori, dobbiamo cominciare a pianificare a lungo termine, a pre-vedere. Le emergenze sono tali perché iniziano e finiscono. In Italia, invece, è tutto urgente e dobbiamo sempre inseguire.

Se i truffatori diventano “furbetti”

I furbetti nel titolo di Repubblica

Stamattina il quotidiano la Repubblica, a pagina 12, propone un articolo di Giovanna Vitale che titola così:

«I cinque furbetti di Montecitorio col bonus partita Iva»

La notizia è questa. Cinque deputati hanno richiesto e ottenuto dall’INPS i bonus da 600 euro (poi diventati 1000) introdotti dal Governo come forma di sostegno ai lavoratori autonomi durante i mesi di lockdown. L’articolo specifica anche che i cinque parlamentari non hanno commesso alcun illecito perché, spiega Vitale, «in virtù del lavoro dichiarato, a prescindere dall’incarico parlamentare, avevano tutti i requisiti per richiedere il bonus.»

Ciò che mi interessa di questa vicenda, in realtà, non è tanto il fatto in sé – che a mio avviso rappresenta solo l’ennesimo motivo di sfiducia nei confronti della classe politica – quanto il modo in cui l’evento viene presentato dal giornale.

Una persona che approfitta di una misura di emergenza, pensata per aiutare fasce di lavoratori veramente in difficoltà, non è un furbetto, è un truffatore. Repubblica, descrivendo la notizia in questo modo, veicola un messaggio sbagliato, cioé che chi sfrutta le leggi a proprio vantaggio è furbo, astuto, scaltro. Il fatto che i protagonisti della vicenda siano dei politici è un’aggravante, sarebbe stato altrettanto scorretto se al centro della notizia ci fossero state altre categorie di lavoratori.

La retorica del furbetto non è una novità per il mondo dell’informazione e dei titoli. Nell’immaginario comune è radicata l’espressione “furbetti del cartellino”, per esempio, per indicare dei dipendenti che timbravano e poi non erano presenti sul posto di lavoro. Questo modo di dire è diventato anche una chiave di ricerca sui siti web di diverse testate, per dire. In questo caso non si tratta nemmeno di qualcuno che approfitta delle possibilità offerte da una legge, ma di delinquenti veri e propri, che sono stati perseguiti e processati. Ma che, per molti giornali, restano dei furbetti.

Fare informazione significa, tra le altre cose, proporre le notizie in maniera chiara, aderente alla realtà e in un modo che lasci meno spazio possibile a fraintendimenti. Un evento raccontato in maniera troppo enfatica, sensazionalistica o con le parole sbagliate viene percepito in maniera distorta da chi lo legge. Se chi ruba, chi truffa, chi si comporta male, viene definito “furbetto” e non “ladro”, c’è un problema. In questo modo un comportamento illecito viene ridimensionato e scollegato dalla propria gravità.

Si fa un gran parlare di che cosa serva al mondo dell’informazione per migliorarsi e svolgere bene il proprio ruolo. Scrivere bene un titolo – che in molti casi è l’unica cosa che viene letta – sarebbe già un grande passo avanti.

Basta una foto scattata bene

Lunedì è iniziata la fase due, quella che il premier Conte ha definito “di convivenza con il virus”. Accompagnata dal consueto DPCM, allenta solo di poco le restrizioni in vigore fino alla scorsa settimana e fissa al 18 maggio la data per nuove disposizioni.

La fase due è stata presentata come momento di ripartenza e graduale riapertura. Questa scelta comunicativa ha generato una involontaria sensazione di “liberi tutti” in molte persone, persuase che sia sufficiente indossare la mascherina e rispettare le regole distanziamento fisico per non entrare in contatto con il virus. Queste precauzioni sono senz’altro utili e dovranno diventare parte della nostra quotidianità d’ora in poi, ma non bastano per fermare la diffusione del COVID-19.

L’epidemia si contiene facendo più test possibili (l’OMS ha dato questa raccomandazione quasi due mesi fa), utilizzando il contact tracing per monitorare i contagi e, di conseguenza, insolando in tempo i casi positivi. Le limitazioni alle libertà di movimento sono una soluzione successiva, da adottare solo in momenti di emergenza, come i due mesi appena trascorsi.

Tuttavia, la confusione con cui si è espresso il Governo su che cosa possiamo e non possiamo fare in questa seconda fase ha finito per polarizzare le opinioni e le scelte dei cittadini, comprensibilmente provati da sessanta giorni di reclusione in casa. Si distinguono due fazioni: da un lato i “fedeli al DPCM”, quelli che continuano a non uscire e initimano ai passanti di restare a casa, dall’altro “gli immuni”, che vogliono ritornare al più presto a socializzare forti del fatto che sanno di essere sani. La spaccatura tra i due schieramenti è amplificata da una certa parte di giornalismo, a cui fanno comodo le posizioni nette per avere più presa su potenziali lettori. È il caso di immagini come questa:

La folla in questo video ha suscitato l’indignazione di molti, ma l’assembramento è in buona parte una illusione, causata dal teleobiettivo che schiaccia la prospettiva. Le distanze reali sono evidenziate in questo tweet Luca Bianchetti:

Ora, è evidente che evitare assembramenti sia fondamentale per contenere il contagio, così come è di primaria importanza che per le strade vi siano controlli rigorosi, che in questo caso specifico non ci sono stati. Ma costruire discussioni strumentali come questa è utile soltanto a fomentare la polarizzazione delle opinioni e a inasprire ancora di più il clima, già pesante, che si respira in questo periodo.

Tutti abbiamo voglia di disporre nuovamente delle nostre libertà e delle nostre abitudini. Ed è giusto che, nei limiti delle misure di sicurezza sanitarie, poco a poco iniziamo a riappropriarci delle nostre città. Il Governo dovrebbe esserci d’aiuto in questo, con campagne di test massicce su tutta la popolazione, con l’utilizzo di una app di tracciamento fatta bene (avete notato che nessuno parla più di Immuni?) e spiegando chiaramente in che modo ci è consentito incontrare altre persone. Mettendoci nella condizione, insomma, di potere uscire senza essere accusati di essere untori o irresponsabili.

Ps.
Proprio mentre sto scrivendo questo post, il Sindaco di Milano Beppe Sala ha pubblicato un video sui suoi social in cui minaccia di chiudere i Navigli se la situazione non dovesse cambiare:

La settimana più lunga

La settimana più lunga

Abito in un piccolo paesino sugli appennini emiliani, poco distante dal confine con la Toscana. Si chiama Tolè, e durante la seconda guerra mondiale la linea gotica, una linea difensiva costruita dall’esercito tedesco, passava vicino a queste parti. Marzabotto, dove è avvenuto l’eccidio di Monte Sole, dista pochi chilometri da qui. Durante l’ultima fase del conflitto mondiale questo territorio è stato al centro di numerosi scontri tra tedeschi e partigiani.

Mio nonno Cesare è nato nel 1929 e al tempo della guerra era adolescente. Questa è una sua foto del 1943, scattata dopo l’8 settembre. Ricorda molto bene alcuni episodi legati a quegli anni: qualche mese fa gli ho chiesto di raccontarmene uno in particolare, di cui avevo letto su Facebook. Mi aveva colpito perché riguarda un evento che è avvenuto proprio a pochi chilometri da casa mia.

Nonno Cesare nel 1943

Nel giugno 1944 un gruppo di partigiani della Brigata Stella Rossa tese un agguato ad un convoglio di soldati tedeschi, uccidendoli. L’attentato avvenne poco lontano da Montepastore, la località dove mio nonno è cresciuto. Nei giorni successivi i nazisti tornarono sul posto per cercare i loro compagni e effettuarono un rastrellamento che coinvolse oltre 200 civili. Fortunatamente non ci furono vittime, perché i soldati uccisi non vennero ritrovati.

Mappa del territorio

«Fu uno dei periodi più brutti, un piccolo periodo alla fine di giugno del ’44».

Ho raccolto la sua testimonianza in un video e ho deciso di pubblicarlo oggi, che è il 75esimo anniversario della Liberazione d’Italia. Perché la memoria è un bene preziosissimo, ed è compito di ciascuno di noi conservarla e divulgarla. Buon 25 aprile a tutti.

«Chiudete internet»

In una nota pubblicata ieri, la FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) ha chiesto all’AGCOM di sospendere Telegram, un servizio di messaggistica istantanea molto utilizzato. La motivazione: la piattaforma, attraverso i propri canali (chat in cui solo gli amministratori possono inviare messaggi), contribuisce alla diffusione illecita delle copie digitali dei giornali. Il comunicato è supportato da un report, che analizza il trend di iscrizioni ai canali e il numero di download effettuati per stimare i mancati introiti degli editori.

La richiesta della FIEG, che è stata accolta con favore anche da alcuni giornalisti, presenta almeno due errori. Il primo è considerare ogni copia pirata scaricata come una copia acquistata in meno. Non è così: nella maggior parte dei casi gli utenti iscritti ai canali sono persone che non comprerebbero comunque il giornale cartaceo, ma approfittano della versione condivisa in pdf per leggerlo.

In secondo luogo, chiedere di chiudere Telegram, semplicemente, non ha senso. Telegram è una piattaforma, utilizzata dalla maggior parte degli iscritti per chattare tra loro e informarsi. Proprio ieri ho ricevuto un messaggio dai gestori del servizio in cui venivo invitato ad unirmi al canale ufficiale del Ministero della Salute per ricevere notizie verificate e autorevoli sul coronavirus, per dire.

Sono gli amministratori dei canali a compiere attività illecite, è loro che bisognerebbe colpire. Come nel caso del pezzotto (il dispositivo che permette di vedere illegalmente i canali TV a pagamento), non è oscurando i server che ospitano i contenuti che si risolve il problema. Chi utilizza questi servizi ha sempre un piano B in caso di chiusura.

Una proposta del genere è miope, è una scorciatoia per provare a risolvere in modo sbrigativo un problema molto complesso e radicato nella società digitale in cui vivamo. Se il proprietario di una catena di supermercati si accorgesse che in uno dei suoi negozi vengono sistematicamente rubati gli ovetti Kinder, sarebbe meglio per lui smettere di venderli oppure investire in sistemi di sorveglianza più accurati? La maggior parte delle persone, probabilmente, sceglierebbe la seconda opzione. Quando si parla di Internet, invece, il ragionamento cambia. Bisogna chiudere, oscurare, bloccare. Ma è un approccio che non ha mai portato risultati: il web è ancora pieno di siti che che offrono gratuitamente film in streaming e portali per il download di contenuti tramite torrent (un protocollo di condivisione di file molto utilizzato, anche per fini leciti). Non è possibile chiudere Internet.

Il filosofo contemporaneo Luciano Floridi, nel suo libro La quarta rivoluzione (Raffaello Cortina Editore, 2017) descrive in maniera efficace la percezione che abbiamo della pirateria online:

Gli oggetti e i processi sono privati della loro connotazione fisica, nel senso che tendono ad essere concepiti indipendentemente dal loro supporto materiale. Dati due oggetti digitali, è impossibile dire quale sia l’originale e quale la copia tramite la sola osservazione delle loro proprietà. Porre minore enfasi sulla natura fisica degli oggetti e dei processi implica il fatto che il diritto di uso sia percepito come tanto importante quanto il diritto di proprietà. […] Chiunque sostenga l’argomento, fondato su una visione storico-materialista, per cui “non ruberemmo mai un CD da un negozio di musica” non ha afferrato la complessità del problema.

Alla luce di questo ragionamento, è più facile comprendere come l’acquisizione illecita di informazioni su Internet sia percepita come meno grave rispetto ad un furto materiale. La società intorno a noi è in continuo mutamento, e con lei dovrebbero cambiare anche le soluzioni che proponiamo per risolvere i problemi.

Allo stesso modo dovrebbe cambiare il mondo dell’editoria, che sta attraversando una crisi profonda da anni. Molti addetti ai lavori parlano di cortocircuito: le persone vogliono informazione di qualità, ma non vogliono pagarla e non vogliono la pubblicità sui siti web. Come se ne esce? Con modelli di business nuovi, con nuove tecniche per fidelizzare i propri lettori, insomma, sfruttando ciò che offre il mondo digitale. Non chiedendo la sospensione di Telegram.

Settimana scorsa Wired ha pubblicato un’inchiesta sul revenge porn su Telegram. Anche in quell’occasione si è alzato il coro che chiedeva a gran voce la chiusura della piattaforma. «Da qualche parte bisognerà pure iniziare!», dice. Certo, ma non da qui.

Il coronavirus e la guerra

La retorica dominante con cui proviamo a raccontare la situazione che stiamo vivendo a causa del coronavirus è quella della guerra. Una narrazione che si serve di frasi come “Siamo in guerra contro un nemico invisibile”, “Vinceremo questa battaglia”, “I medici e gli infermieri stanno combattendo per salvarci”.

Ho un’idea differente.

La guerra è un evento circoscritto da due date, una di inizio e una di fine. Oggi, invece, abbiamo forse, una data di inizio (il 31 dicembre 2019, giorno in cui il Governo cinese ha dato il primo allarme all’OMS) e sicuramente nessuna data di fine. Quando l’attuale stato emergenza cesserà dovremo affrontare una lunga fase ritorno alla normalità, un percorso graduale, lento e reversibile, fatto di aperture parziali, possibili nuove chiusure e nuovi decreti. Insomma, un periodo di grande incertezza.

Temiamo il coronavirus perché non sappiamo come raccontarlo. Le fotografie delle città deserte e i grafici che descrivono la progressione dei contagi sono gli unici espedienti che utilizziamo per dare un’immagine e una forma alla portata della pandemia. Per questo ho cercato un punto di vista diverso, che mettesse a confronto la vita alla fine di una guerra e la vita che stiamo vivendo oggi, in isolamento domestico, per capire se sia giusto o meno fare questo paragone.

Ho fatto alcune domande ai miei nonni, Cesare e Maria (91 e 83 anni), che hanno entrambi vissuto la Seconda Guerra Mondiale e, uso le loro parole, mai si sarebbero aspettati di vedere una cosa del genere. Trovate il video qui sotto.

Le riprese sono state effettuate nel rispetto delle prescrizioni sanitarie attualmente in vigore.

L’ottimismo che non serve

Stiamo incominciando a prendere confidenza con questo stile di vita. Le misure restrittive adottate dal Governo per contrastare l’espansione del coronavirus sono in vigore ormai da una settimana e le nostre giornate si stanno lentamente abituando ai flashmob dai balconi, alle dirette su Instagram, alle videochiamate con gli amici e in generale alla grande quantità di contenuti pubblicati sui social network dalle nostre case. In questo enorme flusso di post, uno dei trend maggiormente diffusi e condivisi è l’hashtag #andràtuttobene, che spopola un po’ ovunque.

La popolarità di questo slogan è descritta bene dal grafico qui sopra, che evidenzia la frequenza con cui è stato cercato su Google negli ultimi sette giorni. Un messaggio semplice, positivo, presente nei disegni di tanti bambini e adottato anche da alcune istituzioni, come il profilo Twitter della Polizia di Stato:

Apprezzo l’ottimismo, di solito lo trovo un buon modo per affrontare i problemi, ma credo che in questa circostanza sia fuori luogo. Stiamo attraversando il momento storico più delicato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Siamo costretti (giustamente, si intende) a rinunciare a parte delle nostre libertà personali per combattere un virus che rischia di fare collassare il nostro sistema sanitario oggi e la nostra economia domani. Chi ha il tremendo compito di decidere che cosa possiamo e non possiamo fare lavora e scrive decreti per mantenere l’Italia in equilibrio tra questi due scenari, cercando di non farci precipitare né da una parte né dall’altra. Ma un prezzo da pagare ci sarà, e sarà molto alto.

Quando tutto questo finirà (e già soltanto pensare a quando è un esercizio difficile), decine di aziende avranno chiuso e altrettante saranno sull’orlo del fallimento. Le misure varate ieri attraverso il decreto Cura Italia puntano a contenere gli effetti negativi ma inevitabili causati dalla chiusura totale di questo mese. 25 miliardi − quasi quanto un’intera Legge finanziaria − per potenziare il SSN e dare ossigeno a famiglie e imprenditori. La Commissione Europea, oltre a garantire agli Stati ampia libertà di manovra in questa fase, sta studiando come intervenire in maniera diretta per sostenere le economie dei Paesi membri e metterà a disposizione ulteriore liquidità, che probabilmente verrà prelevata dai fondi di coesione FSE e FESR.

Un’analisi di Cerved quantifica tra i 270 e i 650 miliardi le potenziali perdite per le imprese italiane e calcola un indice di fallimento fino al 10% se l’emergenza non dovesse arrestarsi entro l’anno. Prospettive che nulla hanno a che vedere con la frase “andrà tutto bene”.

C’è un altro aspetto che mi porta a non condividere questo slogan.
Ho la fortuna, per il momento, di non conoscere personalmente nessuno che è stato colpito da COVID-19. Il web invece racconta quotidianamente storie di persone ammalate, uomini e donne (non solo anziani) che si trovano in terapia intensiva nella speranza di guarire o, peggio ancora, che non ce l’hanno fatta. Ogni volta che ne leggo una penso ai loro parenti, ai loro amici: che voglia avranno di sentirsi dire “andrà tutto bene” in una situazione simile? L’Eco di Bergamo nei giorni scorsi aveva dieci − sì, dieci − pagine di necrologi, ne ha parlato persino il Washington Post.

Sono dell’idea che sia più efficace rimanere lucidi e affrontare l’emergenza per quello che è: un’emergenza. Non è una situazione ordinaria, non sarà così per sempre. Dobbiamo accettare questa realtà, cercare di vivere al meglio che possiamo nel rispetto delle regole e sperare che le conseguenze per l’Italia non siano estremamente devastanti. Poi, un giorno, andrà tutto bene di nuovo, certo. Per il momento rimaniamo uniti e realisti.

Bologna città protetta

Per contenere la diffusione del nuovo coronavirus, il Governo ha disposto misure molto restrittive, che impongono di ridurre al minimo gli spostamenti e di rimanere il più possibile a casa.

Come è cambiata Bologna, adesso che è in zona protetta? Ho fatto un giro per le strade del centro (con le dovute precauzioni sanitarie) per documentare la situazione. Qualche turista, poche macchine, nessuno studente: la città sembra avere capito l’importanza di queste regole. L’atmosfera che percepisco è strana. C’è parecchio silenzio, i principali luoghi di incontro sono quasi deserti. Bologna di solito è una città vivace e rumorosa, vederla così fa uno strano effetto.

Ciò che ho visto è raccolto nel video che trovate qui sotto. Ho preferito non aggiungere musica di sottofondo, ascoltate il rumore di una città in zona protetta. Buona visione, e un piccolo appello: state a casa, rispettate le regole, uscite solo se è davvero necessario. Non sarà per sempre, presto torneremo alla normalità.

Il Google Play Store per contrastare la disinformazione sul Coronavirus

Ieri, mentre navigavo sul Play Store (il negozio di app per gli smartphone Android) ho notato un banner dedicato al nuovo Coronavirus:

Si tratta di una elenco di applicazioni per informarsi sul virus e sulla malattia attraverso fonti autorevoli e verificate, selezionate da Google. La raccolta comprende Medical ID (ICE) (un’app per creare il proprio profilo medico, utile in situazioni di emergenza), Glympse (per condividere in tempo reale la propria posizione, con tutti o con un gruppo scelto di utenti), oltre a Google News e Twitter. Le descrizioni di ciascuna app non sono quelle standard, ma contengono dettagli su funzioni specifiche o consigli per l’utilizzo:

Non è la prima volta che le grandi aziende del web adottano questo genere di misure per contrastare la cattiva informazione. Durante le campagne elettorali Facebook mostra in maniera sempre più trasparente i post sponsorizzati e propone l’elenco dei profili ufficiali dei candidati e degli eletti. Anche in questo caso ha deciso di inserire un banner informativo nel feed, che rimanda al sito web del Ministero della Salute. Stessa scelta da parte di Twitter, che mette in primo piano l’account del Ministero quando si cerca un hashtag relativo al virus.

Credo che i social network, e i giganti del web in generale, si stiano progressivamente rendendo conto delle responsabilità che hanno nella diffusione di contenuti autorevoli e del ruolo centrale che ormai ricoprono come media. Utilizzare un negozio di app come strumento per promuovere notizie verificate è una scelta inedita, che dimostra l’enorme varietà di azioni possibili per contribuire ad una ecologia dell’informazione.