Basta una foto scattata bene

Lunedì è iniziata la fase due, quella che il premier Conte ha definito “di convivenza con il virus”. Accompagnata dal consueto DPCM, allenta solo di poco le restrizioni in vigore fino alla scorsa settimana e fissa al 18 maggio la data per nuove disposizioni.

La fase due è stata presentata come momento di ripartenza e graduale riapertura. Questa scelta comunicativa ha generato una involontaria sensazione di “liberi tutti” in molte persone, persuase che sia sufficiente indossare la mascherina e rispettare le regole distanziamento fisico per non entrare in contatto con il virus. Queste precauzioni sono senz’altro utili e dovranno diventare parte della nostra quotidianità d’ora in poi, ma non bastano per fermare la diffusione del COVID-19.

L’epidemia si contiene facendo più test possibili (l’OMS ha dato questa raccomandazione quasi due mesi fa), utilizzando il contact tracing per monitorare i contagi e, di conseguenza, insolando in tempo i casi positivi. Le limitazioni alle libertà di movimento sono una soluzione successiva, da adottare solo in momenti di emergenza, come i due mesi appena trascorsi.

Tuttavia, la confusione con cui si è espresso il Governo su che cosa possiamo e non possiamo fare in questa seconda fase ha finito per polarizzare le opinioni e le scelte dei cittadini, comprensibilmente provati da sessanta giorni di reclusione in casa. Si distinguono due fazioni: da un lato i “fedeli al DPCM”, quelli che continuano a non uscire e initimano ai passanti di restare a casa, dall’altro “gli immuni”, che vogliono ritornare al più presto a socializzare forti del fatto che sanno di essere sani. La spaccatura tra i due schieramenti è amplificata da una certa parte di giornalismo, a cui fanno comodo le posizioni nette per avere più presa su potenziali lettori. È il caso di immagini come questa:

La folla in questo video ha suscitato l’indignazione di molti, ma l’assembramento è in buona parte una illusione, causata dal teleobiettivo che schiaccia la prospettiva. Le distanze reali sono evidenziate in questo tweet Luca Bianchetti:

Ora, è evidente che evitare assembramenti sia fondamentale per contenere il contagio, così come è di primaria importanza che per le strade vi siano controlli rigorosi, che in questo caso specifico non ci sono stati. Ma costruire discussioni strumentali come questa è utile soltanto a fomentare la polarizzazione delle opinioni e a inasprire ancora di più il clima, già pesante, che si respira in questo periodo.

Tutti abbiamo voglia di disporre nuovamente delle nostre libertà e delle nostre abitudini. Ed è giusto che, nei limiti delle misure di sicurezza sanitarie, poco a poco iniziamo a riappropriarci delle nostre città. Il Governo dovrebbe esserci d’aiuto in questo, con campagne di test massicce su tutta la popolazione, con l’utilizzo di una app di tracciamento fatta bene (avete notato che nessuno parla più di Immuni?) e spiegando chiaramente in che modo ci è consentito incontrare altre persone. Mettendoci nella condizione, insomma, di potere uscire senza essere accusati di essere untori o irresponsabili.

Ps.
Proprio mentre sto scrivendo questo post, il Sindaco di Milano Beppe Sala ha pubblicato un video sui suoi social in cui minaccia di chiudere i Navigli se la situazione non dovesse cambiare:

Un ultimatum

Posted by Beppe Sala on Friday, May 8, 2020

La settimana più lunga

La settimana più lunga

Abito in un piccolo paesino sugli appennini emiliani, poco distante dal confine con la Toscana. Si chiama Tolè, e durante la seconda guerra mondiale la linea gotica, una linea difensiva costruita dall’esercito tedesco, passava vicino a queste parti. Marzabotto, dove è avvenuto l’eccidio di Monte Sole, dista pochi chilometri da qui. Durante l’ultima fase del conflitto mondiale questo territorio è stato al centro di numerosi scontri tra tedeschi e partigiani.

Mio nonno Cesare è nato nel 1929 e al tempo della guerra era adolescente. Questa è una sua foto del 1943, scattata dopo l’8 settembre. Ricorda molto bene alcuni episodi legati a quegli anni: qualche mese fa gli ho chiesto di raccontarmene uno in particolare, di cui avevo letto su Facebook. Mi aveva colpito perché riguarda un evento che è avvenuto proprio a pochi chilometri da casa mia.

Nonno Cesare nel 1943

Nel giugno 1944 un gruppo di partigiani della Brigata Stella Rossa tese un agguato ad un convoglio di soldati tedeschi, uccidendoli. L’attentato avvenne poco lontano da Montepastore, la località dove mio nonno è cresciuto. Nei giorni successivi i nazisti tornarono sul posto per cercare i loro compagni e effettuarono un rastrellamento che coinvolse oltre 200 civili. Fortunatamente non ci furono vittime, perché i soldati uccisi non vennero ritrovati.

Mappa del territorio

«Fu uno dei periodi più brutti, un piccolo periodo alla fine di giugno del ’44».

Ho raccolto la sua testimonianza in un video e ho deciso di pubblicarlo oggi, che è il 75esimo anniversario della Liberazione d’Italia. Perché la memoria è un bene preziosissimo, ed è compito di ciascuno di noi conservarla e divulgarla. Buon 25 aprile a tutti.

«Chiudete internet»

In una nota pubblicata ieri, la FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) ha chiesto all’AGCOM di sospendere Telegram, un servizio di messaggistica istantanea molto utilizzato. La motivazione: la piattaforma, attraverso i propri canali (chat in cui solo gli amministratori possono inviare messaggi), contribuisce alla diffusione illecita delle copie digitali dei giornali. Il comunicato è supportato da un report, che analizza il trend di iscrizioni ai canali e il numero di download effettuati per stimare i mancati introiti degli editori.

La richiesta della FIEG, che è stata accolta con favore anche da alcuni giornalisti, presenta almeno due errori. Il primo è considerare ogni copia pirata scaricata come una copia acquistata in meno. Non è così: nella maggior parte dei casi gli utenti iscritti ai canali sono persone che non comprerebbero comunque il giornale cartaceo, ma approfittano della versione condivisa in pdf per leggerlo.

In secondo luogo, chiedere di chiudere Telegram, semplicemente, non ha senso. Telegram è una piattaforma, utilizzata dalla maggior parte degli iscritti per chattare tra loro e informarsi. Proprio ieri ho ricevuto un messaggio dai gestori del servizio in cui venivo invitato ad unirmi al canale ufficiale del Ministero della Salute per ricevere notizie verificate e autorevoli sul coronavirus, per dire.

Sono gli amministratori dei canali a compiere attività illecite, è loro che bisognerebbe colpire. Come nel caso del pezzotto (il dispositivo che permette di vedere illegalmente i canali TV a pagamento), non è oscurando i server che ospitano i contenuti che si risolve il problema. Chi utilizza questi servizi ha sempre un piano B in caso di chiusura.

Una proposta del genere è miope, è una scorciatoia per provare a risolvere in modo sbrigativo un problema molto complesso e radicato nella società digitale in cui vivamo. Se il proprietario di una catena di supermercati si accorgesse che in uno dei suoi negozi vengono sistematicamente rubati gli ovetti Kinder, sarebbe meglio per lui smettere di venderli oppure investire in sistemi di sorveglianza più accurati? La maggior parte delle persone, probabilmente, sceglierebbe la seconda opzione. Quando si parla di Internet, invece, il ragionamento cambia. Bisogna chiudere, oscurare, bloccare. Ma è un approccio che non ha mai portato risultati: il web è ancora pieno di siti che che offrono gratuitamente film in streaming e portali per il download di contenuti tramite torrent (un protocollo di condivisione di file molto utilizzato, anche per fini leciti). Non è possibile chiudere Internet.

Il filosofo contemporaneo Luciano Floridi, nel suo libro La quarta rivoluzione (Raffaello Cortina Editore, 2017) descrive in maniera efficace la percezione che abbiamo della pirateria online:

Gli oggetti e i processi sono privati della loro connotazione fisica, nel senso che tendono ad essere concepiti indipendentemente dal loro supporto materiale. Dati due oggetti digitali, è impossibile dire quale sia l’originale e quale la copia tramite la sola osservazione delle loro proprietà. Porre minore enfasi sulla natura fisica degli oggetti e dei processi implica il fatto che il diritto di uso sia percepito come tanto importante quanto il diritto di proprietà. […] Chiunque sostenga l’argomento, fondato su una visione storico-materialista, per cui “non ruberemmo mai un CD da un negozio di musica” non ha afferrato la complessità del problema.

Alla luce di questo ragionamento, è più facile comprendere come l’acquisizione illecita di informazioni su Internet sia percepita come meno grave rispetto ad un furto materiale. La società intorno a noi è in continuo mutamento, e con lei dovrebbero cambiare anche le soluzioni che proponiamo per risolvere i problemi.

Allo stesso modo dovrebbe cambiare il mondo dell’editoria, che sta attraversando una crisi profonda da anni. Molti addetti ai lavori parlano di cortocircuito: le persone vogliono informazione di qualità, ma non vogliono pagarla e non vogliono la pubblicità sui siti web. Come se ne esce? Con modelli di business nuovi, con nuove tecniche per fidelizzare i propri lettori, insomma, sfruttando ciò che offre il mondo digitale. Non chiedendo la sospensione di Telegram.

Settimana scorsa Wired ha pubblicato un’inchiesta sul revenge porn su Telegram. Anche in quell’occasione si è alzato il coro che chiedeva a gran voce la chiusura della piattaforma. «Da qualche parte bisognerà pure iniziare!», dice. Certo, ma non da qui.

L’ottimismo che non serve

Stiamo incominciando a prendere confidenza con questo stile di vita. Le misure restrittive adottate dal Governo per contrastare l’espansione del coronavirus sono in vigore ormai da una settimana e le nostre giornate si stanno lentamente abituando ai flashmob dai balconi, alle dirette su Instagram, alle videochiamate con gli amici e in generale alla grande quantità di contenuti pubblicati sui social network dalle nostre case. In questo enorme flusso di post, uno dei trend maggiormente diffusi e condivisi è l’hashtag #andràtuttobene, che spopola un po’ ovunque.

La popolarità di questo slogan è descritta bene dal grafico qui sopra, che evidenzia la frequenza con cui è stato cercato su Google negli ultimi sette giorni. Un messaggio semplice, positivo, presente nei disegni di tanti bambini e adottato anche da alcune istituzioni, come il profilo Twitter della Polizia di Stato:

Apprezzo l’ottimismo, di solito lo trovo un buon modo per affrontare i problemi, ma credo che in questa circostanza sia fuori luogo. Stiamo attraversando il momento storico più delicato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Siamo costretti (giustamente, si intende) a rinunciare a parte delle nostre libertà personali per combattere un virus che rischia di fare collassare il nostro sistema sanitario oggi e la nostra economia domani. Chi ha il tremendo compito di decidere che cosa possiamo e non possiamo fare lavora e scrive decreti per mantenere l’Italia in equilibrio tra questi due scenari, cercando di non farci precipitare né da una parte né dall’altra. Ma un prezzo da pagare ci sarà, e sarà molto alto.

Quando tutto questo finirà (e già soltanto pensare a quando è un esercizio difficile), decine di aziende avranno chiuso e altrettante saranno sull’orlo del fallimento. Le misure varate ieri attraverso il decreto Cura Italia puntano a contenere gli effetti negativi ma inevitabili causati dalla chiusura totale di questo mese. 25 miliardi − quasi quanto un’intera Legge finanziaria − per potenziare il SSN e dare ossigeno a famiglie e imprenditori. La Commissione Europea, oltre a garantire agli Stati ampia libertà di manovra in questa fase, sta studiando come intervenire in maniera diretta per sostenere le economie dei Paesi membri e metterà a disposizione ulteriore liquidità, che probabilmente verrà prelevata dai fondi di coesione FSE e FESR.

Un’analisi di Cerved quantifica tra i 270 e i 650 miliardi le potenziali perdite per le imprese italiane e calcola un indice di fallimento fino al 10% se l’emergenza non dovesse arrestarsi entro l’anno. Prospettive che nulla hanno a che vedere con la frase “andrà tutto bene”.

C’è un altro aspetto che mi porta a non condividere questo slogan.
Ho la fortuna, per il momento, di non conoscere personalmente nessuno che è stato colpito da COVID-19. Il web invece racconta quotidianamente storie di persone ammalate, uomini e donne (non solo anziani) che si trovano in terapia intensiva nella speranza di guarire o, peggio ancora, che non ce l’hanno fatta. Ogni volta che ne leggo una penso ai loro parenti, ai loro amici: che voglia avranno di sentirsi dire “andrà tutto bene” in una situazione simile? L’Eco di Bergamo nei giorni scorsi aveva dieci − sì, dieci − pagine di necrologi, ne ha parlato persino il Washington Post.

Sono dell’idea che sia più efficace rimanere lucidi e affrontare l’emergenza per quello che è: un’emergenza. Non è una situazione ordinaria, non sarà così per sempre. Dobbiamo accettare questa realtà, cercare di vivere al meglio che possiamo nel rispetto delle regole e sperare che le conseguenze per l’Italia non siano estremamente devastanti. Poi, un giorno, andrà tutto bene di nuovo, certo. Per il momento rimaniamo uniti e realisti.

C’è chi vota no

L’attenzione dei media è concentrata quasi esclusivamente sul nuovo Coronavirus, sulla sua diffusione in Italia e sulle misure adottate da Governo e Regioni per ridurre al minimo il contagio e agevolare il lavoro delle strutture sanitarie. Un’attenzione legittima, vista la portata del fenomeno: le scuole ancora chiuse, il calendario della Serie A compromesso, l’hashtag #Milanononsiferma lanciato dal sindaco Sala sono solo alcune delle conseguenze immediate di questa situazione, ed è giusto che se ne parli.

Tuttavia.

Il 29 marzo, tra quattro settimane, è previsto il referendum costituzionale per approvare o respingere la legge che riduce il numero di parlamentari. Si tratta dell’ultimo passaggio dell’iter di approvazione, necessario perché nel corso del secondo voto in Senato non è stato raggiunto il quorum dei due terzi: 71 senatori hanno quindi richiesto un referendum confermativo.

A differenza di altre consultazioni (su tutte quella del 4 dicembre 2016 che portò alla caduta del Governo Renzi), i partiti non stanno utilizzando il referendum come terreno di scontro politico o come strumento per misurare il proprio consenso: i sondaggi sembrano dare per certa la vittoria del sì, il quorum in questo caso non è previsto e anche gli elettori non mostrano grande interesse verso l’argomento. Nessuno tra i maggiori partiti ha il coraggio di fare battaglia per il no: la riforma prevede infatti un taglio lineare del numero dei parlamentari (da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori) e chiunque si schierasse contro questa proposta verrebbe automaticamente eletto a difensore della casta e dei privilegi della politica. Il Partito Democratico, che in prima lettura ha votato contro il disegno di legge, si trova obbligato a fare propaganda per il sì poiché governa con il Movimento 5 Stelle, principale promotore della legge.

A mio avviso questa riforma ha delle finalità esclusivamente strumentali e demagogiche. Il taglio dei parlamentari è un progetto fine a se stesso, non è parte di un piano serio di riforme per rendere più efficiente il funzionamento dello Stato. L’approvazione della legge porterà un risparmio annuale di circa 82 milioni − briciole − ma avrà importanti conseguenze sul rapporto eletti/elettori, perché il numero di cittadini rappresentati da un singolo deputato passerà da circa 94.000 a oltre 119.000, come ha illustrato Gianluca Passarelli, professore di Scienza Politica e Politica Comparata all’Università Sapienza di Roma, durante le audizioni in Senato. Inoltre la riforma non prevede automaticamente una revisione della legge elettorale, che dovrà essere necessariamente modificata per adeguarsi alla nuova composizione delle due camere − e in quel caso lo scontro politico sarà assicurato.

Ritengo che questo progetto sia stato portato avanti con la sola finalità di dare un colpo alla democrazia parlamentare, attraverso una riforma attraente per i cittadini, già sfiduciati dalla politica e sempre più lontani dai propri rappresentanti. Coloro che vorrebbero opporsi votando no, anche solo per dare un segnale, si trovano da soli, supportati soltanto dai gruppi più piccoli come +Europa o dalle formazioni extraparlamentari, come Volt o i Radicali. Ogni volta che i partiti di centro-sinistra hanno l’occasione di prendere una posizione comune e di portare avanti una battaglia identitaria a prescidere dalle ricadute sul proprio consenso elettorale, puntualmente decidono di non farlo. È stato così per lo ius soli, succede di nuovo oggi: la paura di perdere altri voti è troppo forte. La coalizione di centro-destra, al contrario, si muove sempre compatta e allineata per difendere i propri sì e i propri no. Il risultato di questa differenza di approccio è evidente, sia nei risultati politici che nell’acquisizione o perdita di voti che ne consegue.

A volte basterebbe un po’ più di coraggio per ridare fiducia ai propri elettori. Anche − soprattutto − quando si tratta di difendere idee impopolari.

Se volete maggiori informazioni sugli effetti della riforma, per orientarvi meglio su come votare, potete leggere questo dossier prodotto dal Centro Studi della Camera. Questa invece è la pagina dedicata al referendum sul sito del Ministero dell’Interno.

Se pensate di non avere niente da dire

La malattia causata dal nuovo Coronavirus (COVID-19) è, alla fine, arrivata anche in Italia. Non parlo dei pazienti cinesi ricoverati a Roma già da diverse settimane, ma dei primi casi di contagio locale. Nel momento in cui sto scrivendo i numeri parlano di 232 ammalati, 7 morti e un paziente guarito.

A giudicare dalle reazioni di alcuni giornali e di qualche giornalista, sembrerebbe che una parte del mondo dell’informazione italiana non vedesse l’ora che la malattia colpisse anche il nostro Paese. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, in un report di inizio febbraio, aveva espresso le proprie preoccupazioni sul rischio di infodemia collegato alla diffusione del nuovo Coronavirus:

The 2019-nCoV outbreak and response has been accompanied by a massive ‘infodemic’ -an over-abundance of information – some accurate and some not – that makes it hard for people to find trustworthy sources and reliable guidance when they need it.

Ciononostante, la ricerca ossessiva di visibilità, attenzione e click non si è arrestata, anzi. Politici e giornali sfruttano la paura del virus per rafforzare la propria propaganda sulle frontiere da chiudere; opinionisti che fino all’altro ieri si occupavano del Festival di Sanremo oggi distribuiscono tweet come se fossero virologi affermati; scienziati dell’ultima ora pubblicano ricette per la preparazione di disinfettanti fai da te. Siamo alle solite, direte voi. Che la disinformazione ormai è una costante nella nostra società, che è normale nell’era della verità post fattuale non riuscire più a distinguere una notizia verificata da una bufala.

Sì, avete ragione, viviamo in tempi complessi dove è difficile orientarsi. Ma permettetemi di aggiungere qualche considerazione. Visto che le notizie false e la cattiva informazione sono apparentemente incontrollabili, quello che possiamo fare è cercare di veicolare il più possibile le notizie vere, attendibili. Ci sono tanti media che lo fanno già (Valigia Blu ha raggruppato tutte le notizie sul nuovo Coronavirus in una pagina, il Post ha creato una newsletter gratuita sul tema). Condividere il loro lavoro è già un ottimo modo per contenere l’infodemia. Anche indignarsi per i titoli di qualche giornale non serve a granché. Siamo d’accordo sul fatto che sia una scelta di pessimo gusto − e non è nemmeno la prima volta che succede − ma in questo caso la soluzione migliore è non comprare quel giornale, preferendo piuttosto testate che hanno deciso di rimuovere le pubblicità sugli articoli relativi al virus, come La Stampa.

Infine, e vi sembrerà banale, potete sempre scegliere di fare silenzio e limitarvi ad ascoltare. Ci sono tanti professionisti qualificati con qualcosa da dire (trovate i loro account Twitter elencati in questa lista): leggete i loro articoli, interagite con loro e sviluppate il vostro pensiero critico a partire dalle loro opinioni. E se pensate di non avere niente da dire, non dite niente.

È importante continuare a parlare di Patrick George Zaki

Patrick George Zaki

La mattina di venerdì 7 febbraio Patrick George Zaki, un ricercatore egiziano che studiava all’Università di Bologna, è stato arrestato all’aeroporto del Cairo dopo essere rientrato nel suo Paese d’origine per fare visita ai familiari. La notizia è stata diffusa dall’EIPR, l’Iniziativa Egiziana per i diritti personali, dove Zaki si occupava di diritti umani e di genere. Secondo le informazioni riportate da Amnesty International, che collabora con l’EIPR, il ragazzo sarebbe stato interrogato e torturato per motivi politici, in quanto oppositore del regime di Al Sisi. Nel momento in cui sto scrivendo questo articolo Zaki si trova in stato di detenzione preventiva e ci rimarrà per almeno 15 giorni. Potete approfondire l’intera vicenda leggendo questo articolo o guardando questo video.

Il motivo per cui sto parlando non è soltanto per darvi notizia di ciò che è accaduto, ma per contribuire − per il poco che posso − a continuare a diffondere informazioni su questo avvenimento. Non abbiamo la certezza che l’arresto di Zaki c’entri qualcosa con il caso di Giulio Regeni, il ricercatore italiano rapito e ucciso in Egitto nel 2016, ma è molto probabile, viste le ostilità del Governo egiziano nei confronti di qualunque tipo di attivista politico. Sempre l’EIPR sostiene che da ottobre 2019 sei membri del proprio staff siano stati arrestati e interrogati nell’ambito di di un’operazione di contrasto ai nemici del regime.

È importante continuare a parlare di Patrick Zaki perché il Governo italiano non lo sta facendo. Come per il caso Regeni, di cui a distanza di quattro anni e tre esecutivi non si conosce ancora la verità, ho l’impressione che anche stavolta la politica preferisca mantenere un profilo basso, per non compromettere i rapporti economici e commerciali tra l’Italia e l’Egitto. Lo considero un atteggiamento sbagliato, ma ne comprendo le motivazioni. Per questo che credo che siano i media i primi a dovere dare maggiore rilevanza e copertura alla vicenda, affiché grazie al loro lavoro l’opinione pubblica acquisisca più consapevolezza e pretenda giustizia. Solo allora interverrà la politica, che a quel punto non potrà più sottrarsi dalle proprie responsabilità e, anzi, farà a gara per intestarsi un eventuale successo nella risoluzione del caso. Non è un bello scenario da descrivere, ma funziona sempre così.

A Giulio Regeni non è bastata la morte per avere giustizia e forse non sapremo mai che cosa gli sia veramente accaduto. Patrick Zaki è ancora vivo, non lasciamo che la sua storia venga dimenticata dalle persone e, di conseguenza, dalla politica.

La gara infinita per stabilire la tragedia più importante

Mi ritrovo a dover parlare, ancora, di Giornata della Memoria. Questa volta in occasione della ricorrenza di oggi, 10 febbraio, il Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo degli istriani. Sento di farlo perché, come ogni anno, questa data assume rilievo mediatico non tanto per la sua importanza storica, ma perché viene usata come termine di paragone nei confronti dell’Olocausto − e di conseguenza della Giornata della Memoria − in una sorta di classifica fra tragedie più importanti di altre.

Trovo queste prese di posizione del tutto senza senso. Così come non condivido l’idea di celebrare una giornata unica, per ricordare insieme entrambe le ricorrenze. La Shoah e il massacro delle foibe sono due tragedie enormi e distinte, e come tali devono essere trattate. In diversi contesti, invece, si tende a rivendicare solo quella a cui si è più legati (perché vicina alle proprie posizioni personali, ma anche per motivi di opportunità politica), ridimensionando l’importanza e la portata dell’altra. Un atteggiamento che, storicamente, ha interessato buona parte dell’opinione pubblica di centro-destra, credo perché, tra le altre motivazioni, l’istituzione del Giorno del Ricordo è piuttosto recente e ha seguito un iter lungo e travagliato (per tre volte fu respinta una proposta di legge a riguardo).

Questa mattina ascoltavo Prima Pagina, storica trasmissione di Radio3 in cui un giornalista prima legge e commenta le notizie dei giornali e poi dialoga con gli ascoltatori in diretta. Ho trovato interessante la telefonata della signora Licia da Roma (la trovate al tempo 1:00:52 del podcast), che spiegava come la maggior parte degli studiosi contemporanei ormai rifiuti il criterio della comparabilità nel valutare l’importanza di un avvenimento storico. In particolare, riguardo alla Shoah, la storiografia tiene ad evidenziare la non comparabilità di questo evento con qualunque altro, per portata, per dimensioni, per conseguenze.

È qui che volevo arrivare con il mio ragionamento. Perché investire così tante energie nel classificare le tragedie? Sarebbe più opportuno dedicare lo stesso tempo all’organizzazione di iniziative per spiegare che cosa è stato il massacro delle foibe e fissare una volta per tutte questo avvenimento nella nostra memoria collettiva. Il 27 gennaio e il 10 febbraio ci servono per ricordare persone, vittime, popoli perseguitati. Per loro osserviamo un minuto di silenzio. Solo allora, per sessanta secondi, la gara infinita si ferma.

Precario a chi?

La notizia dell’isolamento del nuovo coronavirus da parte del laboratorio di Virologia dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” ha riaperto il dibattito sui lavoratori precari in Italia. Il gruppo di lavoro che ha ottenuto questo risultato è composto da tre dottoresse: Maria Rosaria Capobianchi (67 anni, capo del laboratorio), Concetta Castilletti (57 anni, responsabile dell’Unità virus emergenti) e Francesca Colavita (31 anni, ricercatrice).

La condizione professionale di Colavita ha scatenato i titolisti di diversi giornali, che l’hanno subito definita “precaria“. In realtà la ricercatrice lavora già da quattro anni allo Spallanzani, ha un contratto fino a novembre 2021 e per quel posto di lavoro a Roma ha rinunciato ad un ruolo a tempo indeterminato nella sua città natale, Campobasso.

In Italia l’idea del posto fisso è ancora una suggestione molto forte per tantissime persone, non solo adulte, che vedono in un contratto a tempo indeterminato lo strumento per potere, finalmente, programmare a lungo termine la propria vita, grazie alla maggiore facilità di accesso al credito che questo tipo di contratto garantisce. Un fenomeno che spiega l’enfasi riservata alla situazione di Colavita, descritta come una professionista che rischia di perdere il proprio lavoro da un giorno all’altro. Personalmente lo trovo un errore. Un contratto a termine non si può definire “precario”, soprattutto se il termine è lontano anni. Un ricercatore che svolge la propria professione dopo avere vinto una borsa di studio non è affatto precario, perché conosce benissimo i dettagli e le scadenze del proprio contratto. Senza parlare delle tutele incluse in ogni contratto di lavoro subordinato: ferie, malattia, TFR, tredicesima. Tutti benefici extra, che è giusto (e obbligatorio) garantire, ma che spesso vengono dati per scontati e privati del loro valore, anche economico.

I rapporto di lavoro che non offrono sicurezze esistono, ma sono altri. Se penso alla mia esperienza professionale, fino ad oggi ho lavorato quasi esclusivamente con contratti di stage (500€ al mese, niente contributi e nessuna delle garanzie elencate sopra) oppure come lavoratore autonomo (ho la partita IVA dal 2014). In questi casi sì che c’è da sentirsi precario: riponi grandi speranze nell’esperienza professionale che stai svolgendo e ti impegni per convincere l’azienda ad assumerti al termine del periodo di tirocinio, ma i datori di lavoro sanno già che questo, con ogni probabilità, non accadrà. Alle imprese, dal punto di vista fiscale, conviene di più cambiare stagista ogni sei mesi piuttosto che confermarne uno. Una scelta che ha ricadute negative sull’ambiente di lavoro, perché mette i capi nella condizione di dovere formare in continuazione una risorsa diversa, che una volta inserita nelle dinamiche dell’ufficio è già in scadenza di contratto.

Anche i rapporti di lavoro regolati dalla partita IVA sono tutt’altro che stabili. Spesso sono le aziende stesse a richiedere ai candidati di aprirla, per evitare i costi di assunzione. È altrettanto frequente il caso di professionisti che emettono fatture ad un solo cliente nel corso dell’anno, un segnale evidente che c’è qualcosa di sbagliato nel loro trattamento professionale. In tutti questi casi i giornali dovrebbero parlare di precariato, approfondire, informare e chiedere ai decisori politici di intervenire.

Si potrebbe poi discutere di qual è la definizione che vogliamo dare alla parola lavoro nel 2020, in piena rivoluzione digitale e con una società sempre più globale e connessa. Ha ancora senso rimanere ancorati al concetto di posto fisso e di contratto a tempo indeterminato?

Un mio caro amico, che lavora come insegnante di sostegno in una scuola dell’infanzia, percepisce circa 1500€ al mese, per un impegno di 25 ore settimanali. Ha un incarico che dura per l’intero anno scolastico (con concrete possibilità di rinnovo) e gode di tutte le tutele sociali esistenti. Per molti media, è un precario anche lui.

L’immagine di copertina è concessa con licenza Creative Commons Zero (CC0)

La retorica scivolosa

Lunedì scorso è stato il Giorno della Memoria. Complice l’esito delle elezioni regionali in Emilia-Romagna e in Calabria, che ha monopolizzato l’attenzione dei media, ho avuto l’impressione che se ne sia parlato meno del solito. È da parecchi anni che la ricorrenza del 27 gennaio pare essersi un po’ svuotata del proprio significato: i giornali le dedicano l’articolo del giorno nelle loro pagine culturali e pubblicano la foto dell’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz sulle proprie home page, i talk show televisivi difficilmente decidono di dare spazio a questo tema e i personaggi pubblici, ad eccezione del Presidente della Repubblica che ha tenuto un bellissimo discorso, rilasciano poche dichiarazioni.

In realtà, a ben guardare, il Giorno della Memoria viene celebrato in molti contesti, dalle scuole alle librerie alle associazioni culturali. Quella che si è indebolita, secondo me, è la consapevolezza del perché sia così importante ricordare l’Olocausto. Pensavo, quindi, di parlare di questo. Ma mentre mettevo in ordine le idee prima di scriverle, mi sono reso conto di quanto sia difficile ricordare la Shoah senza scivolare in considerazioni banali, in commenti carichi di retorica o in riflessioni già sentite. “La pagina più nera della nostra storia”, “un orrore che non deve ripetersi”: spesso non si va più in là di così.

In passato ho avuto due volte l’occasione di ascoltare dal vivo le parole di un sopravvissuto ai campi di sterminio. La prima è stata alle elementari, venne a scuola un uomo di nome Attilio, uno dei tanti prigionieri politici con il triangolo rosso cucito sulla casacca, ci raccontò la sua storia e rispose alle nostre domande. La seconda, invece, l’anno scorso: ho avuto il privilegio di ascoltare dal vivo, al Teatro alla Scala di Milano, le parole di Liliana Segre, unica sopravvissuta ad Auschwitz della propria famiglia e ora senatrice a vita. Un’esperienza fortissima e impossibile da dimenticare. Più di recente ho letto la storia di Savina Rupel, raccontata su Twitter da Johannes Bückler (che vi consiglio di seguire).

Il sentimento antisemita è ancora presente in alcune pieghe della nostra società, e sempre più spesso leggiamo notizie che lo dimostrano. Il vero motivo per cui serve ancora il Giorno della Memoria, secondo me, sta tutto qui. Per ricordarci che alle leggi razziali e alla discriminazione di massa ci si arriva poco per volta, con il silenzio e con l’indifferenza. Meditate che questo è stato, scriveva Primo Levi in una delle sue opere più citate. Leggete le testimonianze di chi questo lo ha vissuto, aggiungo io. Andate ad ascoltarle dal vivo, se potete. Perché un giorno non molto lontano queste persone non ci saranno più, e toccherà a noi tenere vive le loro storie. Facendo attenzione a non scivolare.

L’immagine di copertina è concessa su licenza Creative Commons Zero